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Ricordando Vins Extremes 2015

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Ho atteso qualche giorno per scrivere due righe sulla interessante manifestazione tenutasi al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, dedicata ai Vini Estremi, ai vini d’alta quota quindi che sono però anche frutto di viticoltura estrema.

Oltre 1.400 le presenze tra professionisti del settore, appassionati e curiosi, 64 aziende partecipanti provenienti da Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Calabria, Abruzzo e Sicilia. Presenti, inoltre numerose aziende estere da Francia, Svizzera, Slovenia, Germania e Spagna. Devo ammettere che è stata un’occasione importante per poter fare il punto soprattutto sulla viticoltura della Valle d’Aosta dai più, purtroppo, ancora poco conosciuta.

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Il Forte di Bard, dopo circa 10 anni di sapiente restauro, si offre ai visitatori in tutta la sua austera bellezza. I vignaioli animano spazi da gestire e da interpretare, dando loro una vita nuova e fresca che sa di fatica, dedizione, viticoltura difficile, viticoltura appunto “estrema”.

I colori e le sfumature del vino, riflessi spesso negli occhi vividi di tanti viticoltori, lì in attesa di parlare delle proprie creature, questa volta sono riusciti a donare tinte più accese ad una costruzione, il Forte di Bard, anch’essa frutto dell’uomo, per troppo tempo lasciata sola a stagliarsi tra le vette alpine ed una valle solcata da una solitaria Dora Baltea.

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Non voglio dilungarmi in discorsi che sarebbero superflui per chi non ha avuto la possibilità di partecipare all’evento. Desidero solo sottolineare, brevemente, alcuni punti legati ai vini che a me sono parsi di maggior interesse rispetto al contesto generale.

Dunque, iniziamo dalle “bollicine”.
Non ne ho trovate di entusiasmanti.
Interessanti quelle di Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle da Prié Blanc. La varietà Prié Blanc è caratterizzata da profumi tenui e soffusi di fiori bianchi e fieno. Gioca su note delicate e soffici non su struttura e corpo. Anche nel caso di metodo classico, con diversi anni a contatto con i lieviti, la complessità stentava a venire fuori. Spesso la carbonica risultava nettamente invasiva rispetto alla struttura del vino.
Comprendo l’attuale richiesta del mercato di “bollicine” ma non è detto che ogni varietà dia il meglio di sé se spumantizzata ed, in aggiunta, con metodo classico.

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Vini bianchi: in verità non sono riuscito ad individuare vini particolarmente interessanti. Ho riscontrato invece casi di aziende che credono ancora che un grande vino bianco si possa ottenere con una “sana” maturazione in barrique. Tale fede, tra l’altro sciorinata da giovani vignaioli, rende il tutto ancora più preoccupante.
Il grande vino, di elevata qualità e complessità gusto – olfattiva, si fa in vigna, non con la barrique. Quindi, se desiderate qualcosa in più, fate semplicemente qualcosa di più in vigneto, potendolo e sapendolo fare. Se il vino è semplice, dai profumi immediati e poco complessi, dalla struttura non troppo imponente, non pensate di trasformarne l’ anima con un passaggio in barrique perché così facendo lo devastate ulteriormente. Se poi avete una passione viscerale per le note di vaniglia, allora mi arrendo e vi lascio stare. Questa “roba” si faceva 20 anni fa. Avete tutto per dare vita a vini bianchi interessanti, magari con uno spettro olfattivo non molto complesso ma che potrebbero invece meritare attenzione proprio per la loro semplicità, immediatezza, freschezza, leggerezza e bevibilità, tutte caratteristiche che si cercano nei vini di oggi.

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Vini rossi: sono senza dubbio i veri protagonisti della viticoltura valdostana e di Vins Extremes 2015.
E’ proprio nei rossi che la Valle d’Aosta mostra il suo profilo migliore, fatto di dedizione, sacrificio estremo, cuore legato al territorio.
Prima nota di merito all’azienda Grosjean. Non scopro, in effetti, nulla.
E’ sicuramente un punto di assoluto riferimento in Valle. Ho fatto due chiacchiere con Vincent assaggiando i suoi vini. Pulizia, finezza, eleganza, rispetto del territorio segnano il profilo delle sue creature. Vini che hanno nell’anima il sottile ma teso e vibrante fascino dei vini di montagna.

Interessanti i vini di Ilaria Bavastro, vignaiola con sede ad Aosta. Una produzione di circa 5.000 bottiglie; etichette fantastiche, bellissime. Vini a mio avviso in corso di definizione ma con tanto da dare e da dire. Nelle bottiglie, anime che si stanno formando ma che già ora presentano importanti caratteri distintivi. I vini: Le Petit Prince (90% Pinot Gris, 5% Muscat e 5% Chardonnay), Mariadzo (blend di Cornalin, Pinot Noir, Mayolet e Vien de Nus) e Clos de Carteson, anche’esso assemblaggio di diverse varietà.

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Arrivo poi da Danilo Charrere dell’azienda Le Clocher.
E’ un incontro con un personaggio originale, schietto, fuori dal coro. Il monovitigno è l’assoluto credo di questa azienda valdostana.
Inizio gli assaggi. Un percorso intenso e di grande interesse. C’è un’evidente linea di congiunzione che lega indissolubilmente tutti i suoi vini: grande eleganza, finezza, persistenza gusto-olfattiva. C’è una vivida freschezza nelle interpretazioni di Danilo; un territorio di montagna che in bocca si manifesta in modo lungo, elegante e mai banale, succoso ed al contempo agile, agilissimo. Grande bevibilità e vini modernissimi. Spendo una nota di merito per il Fumin senza puzzette varie ( cosa non facile) ma mi innamoro subito del suo Cornalin, più erbaceo, selvaticamente sincero, quasi animale nella sua espressività territoriale. Un bel bere. Finezza, persistenza, tannini presenti che sfiorano le papille senza disturbarle troppo. Un bravo a Danilo che mi riprometto di andare a trovare in cantina prima possibile.

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Mi piace infine ricordare un paio di aziende che nulla hanno a che vedere con la Valle d’Aosta.

La prima è Tenuta Maffone, in mano a due veri “folli” della viticoltura moderna, Eliana e Bruno, che, non più ventenni, hanno mollato tutto per dedicarsi anima e corpo alla causa dell’Ormeasco di Pornassio. Con i loro vini, interpretano sapientemente un territorio dimenticato da molti, dando nuova vita ad un antichissimo vitigno, l’Ormeasco, forse importato dai saraceni, che trova il suo habitat naturale fra i 600 e gli 800 metri, dove, grazie al particolare microclima, si giova di forti escursioni termiche che gli regalano freschezza e longevità.

La seconda azienda, che esula anch’essa dal territorio valdostano, è quella di Matteo Silvestri di Roseto degli Abruzzi. Interessanti i suoi vini, frutto di un progetto innovativo attraverso il quale si sta tentando di creare un legame d’amore tra due varietà totalmente diverse, il Montepulciano, dall’estratto e presenza tannica importanti, ed il Pinot Nero, dal carattere più fine ed elegante. Al momento, tali tentativi sembra meritino un certa attenzione visto che i vini assaggiati sono risultati molto equilibrati ed eleganti, quasi fin da ora siano stati in grado di esprimere al meglio i caratteri preponderanti dei due dissimili genitori.

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Chiudo queste mie poche righe con un grande arrivederci a tutti a Vins Extremes 2017 e con un “in bocca al lupo” all’organizzazione.

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