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BUTTAFUOCO DOC VIGNA MONTARZOLO 2011 – AZIENDA VITIVINICOLA CALVI

Anno d’impianto: 1991-1995

Altitudine: 280 mt s.l.m.

Esposizione: Ovest

Uvaggio: Croatina 50%, Barbera 25%, Ughetta di Canneto 15%, Uva Rara 10%

La Vigna Montarzolo si trova al centro della zona storica di produzione del Buttafuoco. Il suolo, con tessitura argilloso-sabbiosa mediamente calcareo e ricco di scheletro, poggia su un substrato di arenarie che caratterizzano profondamente questa vigna già sfruttata in passato come cava di pietra poi utilizzata per la costruzione della prestigiosa chiesa di San Michele di Pavia. Il terreno, povero sia in sostanza organica che in contenuto idrico, costringe le piante di vite a cercare in profondità gli elementi nutritivi di cui hanno bisogno. La Vigna Montarzolo rappresenta un ripido anfiteatro naturale nel quale le varietà di CroatinaBarberaUva Rara e Ughetta di Canneto sono state impiantate già con le giuste percentuali per la produzione del Buttafuoco seguendo la vecchia tradizione dei vignaioli del luogo.

Vigna Montarzolo
Fonte: www.buttafuocostorico.com

Le uve, raccolte manualmente tutte lo stesso giorno, vengono vinificate in un processo della durata di circa tre settimane. Dopo la svinatura, il Buttafuoco passa in piccoli botti di rovere dove matura per 24 mesi. A ciò segue un periodo di affinamento in bottiglia di 12 mesi.

Il Buttafuoco Vigna Montarzolo mostra un colore rosso rubino tendente al granato con cuore scuro. Limpido e consistente.

Naso intenso, complesso e fine. Profilo olfattivo che è segnato da note di viola, di pot pourri di fiori secchi, di prugna. Poi, si colgono sfumature di china, di tintura di iodio e rabarbaro. Note terrose, ematiche. Chiare e limpide venature minerali. Lievi nuances di eucalipto.

In bocca il vino si mostra fresco, dotato di tannini ben presenti e vividi. Si distende, nella fase gusto-olfattiva, con sicurezza e toni fermi e definiti. Il vino è intenso e persistente, equilibrato e di bella armonia. Grazie al contenuto alcolico, al tessuto polifenolico ed al patrimonio in acidità, il Buttafuoco Vigna Montarzolo ha notevoli prospettive di longevità. Vino di assoluto interesse che restituisce valore ad un territorio, l’Oltrepò Pavese, che, seppur violentato ed offeso ripetutamente da idioti e delinquenti dell’ultima ora, resta profondamente vocato nella produzione di vini di indiscussa qualità ed unicità.

Ma veniamo ora al Buttafuoco. Che vino è e quali sono le caratteristiche del territorio dal quale proviene?

Il vino “Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese” o “Buttafuoco” deve essere ottenuto dalle uve prodotte dai vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica:
– Barbera: dal 25% al 65%;
– Croatina: dal 25% al 65%; – Uva Rara, Ughetta (Vespolina), congiuntamente o disgiuntamente: fino a un massimo del 45%.

È ammessa la vinificazione congiunta o disgiunta delle uve che concorrono alla denominazione “Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese” o “Buttafuoco”.

La zona di produzione delle uve destinate alla produzione dei vini “Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese” o “Buttafuoco” comprende la fascia vitivinicola collinare dell’Oltrepò Pavese, in particolare i territori a sud della via Emilia dei seguenti comuni in provincia di Pavia: Stradella, Broni, Canneto Pavese, Montescano, Castana, Cigognola, Pietra de’ Giorgi.

Considerato, sin dai tempi antichi, una zona di produzione di vini di qualità, l’Oltrepò Pavese è quel lembo di terra collinoso a sud della Lombardia noto per essere il punto d’incontro di quattro regioni: Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Tale caratteristica rende l’Oltrepò Pavese ricco di culture, lingue, tradizioni e cucine differenti, ma ben integrate tra loro. Questa terra è anche, anzi soprattutto, antica dimora della vite. Un’importante testimonianza di ciò arriva dal reperto di un tralcio di vite, risalente ai tempi preistorici, trovato in Oltrepò Pavese. Di queste stesse terre il geografo greco Strabone (60 a.C.- 20 d.C. circa) dice testualmente: “della bontà dei luoghi è prova la densità della popolazione e la grandezza delle città e la ricchezza. L’abbondanza del vino viene indicata dalle botti fatte di legno e più grosse delle case”.

Anche nel tardo impero romano la vite non cessò di mantenere la sua importanza. Alessandro Maragliano ci ricorda come nell’ultimo secolo dell’era antica, patrizi e matrone, col codazzo di schiavi e di clienti, si recassero nelle ville delle ridenti colline oltrepadane a sorseggiarvi il vino.
Il Robolini in “Notizie storiche di Pavia” parlando di rendite, privilegi, investiture dal 600 al 1300, quando trattasi di fondi rustici, segnala quasi sempre le vigne. È perciò fuori dubbio che anche le genti di questa terra, che come dimostrano i reperti archeologici rinvenuti in diversi siti, fu anticamente abitata, conservarono nei secoli la capacità e l’arte della produzione vitivinicola. Tale capacità fu certamente condizionata dalle esigenze materiali contingenti e dai voleri e capricci dei “signori” mano a mano succedutisi nella proprietà delle terre. La stretta striscia di terreno fra il fiume Po e lo “sperone di Stradella” era il passaggio obbligato per tutte quelle genti che migravano da est a ovest e viceversa. È perciò verosimile che i molti popoli succedutesi nel passaggio, abbiano lasciato nuove esperienze e nuove tecniche, anche di coltivazione della vite e di vinificazione delle uve.

Moltissimi erano i tributi imposti dai feudatari del medioevo alle popolazioni delle colline e si distinguevano sotto infinite denominazioni: di fodro, di toloneo, di terratico, di casatico, di ripatico, di alpatico, di ghiandatico ecc.; quelli però più vessatori erano i dazi sui generi di prima necessità, pane, carne, vino. Già a quei tempi, carni e pane potevano essere conservati nelle botteghe purché bollati dal daziere e il vino doveva essere accompagnato da bolletta nei trasporti. Agli osti era ordinato di servire il vino dentro recipienti di misura fissa come la Galeda, il Galedino, il Cyatus e lo Sciphus e di non servirlo dopo il suono dell’Ave Maria. Pene severe tutelavano la vite e l’uva: aprire un varco nella siepe che circondava la vigna e rubare uva, comportava doppia pena. “Se uno taglierà le viti di altri sia condannato a pagare dieci lire e se non vorrà o potrà gli si tagli una mano” (Statuti di Varzi).

Il Monastero di San Bartolomeo in Strada di Pavia, proprietario del castello di Castana, dal sec. XII, fece costruire la caratteristica cantina, testimonianza dell’importanza rivestita dalla produzione del vino. Probabilmente nel castello veniva vinificato ed invecchiato il vino che poi avrebbe raggiunto le mense del Monastero in Pavia. (Statuto Sancolombanese – 1374).

Forma di allevamento e potatura definito “alla bronese”
Fonte: Archivio Storico del Comune di Stradella

Alla fine del 1700, grazie al frazionamento della proprietà agricola, viene incrementata la coltura della vite bisognosa di cure e dedizione che solo il coltivatore diretto può darle. Dopo la metà del 1800, i vigneti dell’Oltrepò (fra Bardonezza e Scuropasso) che il cav. Giuletti giudicava essere di miglior qualità, erano composti prevalentemente da uve rosse ed, in particolare, da Pignola, Ughetta e Moradella allevate secondo il sistema “alla bronese”, che prevedeva, come lavoro di preparazione, lo scavo di fosse alte e larghe circa un metro, disposte in parallelo ad una distanza compresa fra 4 ed 8 metri che, in pianura, poteva diventare anche di 15-20 metri. All’interno di tali spazi, definiti piane o prosoni, si procedeva alla coltivazione di cereali, di leguminose da foraggio e piante orticole.I tutori (pali di legno) erano per la maggior parte quelli secchi ed i legacci per legare i tralci novelli si reperivano da vimini o salici.

Sistema di allevamento “alla bronese”: si osservano due filari con più viti piantate vicine fra loro, poste in parallelo a 80-100 cm. nonché la struttura di supporto, costituita da piccoli pali di legno secco, denominata gabbiera
Fonte: Tosca, 1899

Nel 1872 a Stradella, per volere di Agostino Depretis, nacque la Società Enologica, sotto la guida dell’enologo tedesco Schoeber, che però non ebbe lunga vita. Nel 1875 venne rilevata dalla Cirio & Comp. e la direzione affidata all’enologo Carlo Pisani che riuscì ad eguagliare in qualità i vini francesi ed a sfidarli nel ricco mercato americano. La Società arrivò ad esportare in America ottocento bordolesi al mese pari a 3500 brentine (180.000 litri) con un’immagine e un prezzo superiore ai vini francesi.

Vignetta satirica dedicata ad Agostino Depretis nella quale si vuole mettere in risalto la sua provenienza oltrepadana attraverso la presenza della botte con la scritta Stradella
Fonte: Brignoli e Colombo, 1988

Il 31 Agosto 1879, si dava la notizia della presenza della fillossera in Italia e il 14 ottobre dello stesso anno il prof. Pirotta di Pavia scoprì la peronospora. Dal quel momento si aprì un cupo scenario per i viticoltori che videro svanire la loro unica fonte di reddito. Molti di loro presero la decisione di emigrare soprattutto nelle Americhe. Nel periodo tra le due guerre, i viticoltori, seguendo la strada di una maggiore specializzazione, abbandonarono il sistema di allevamento “alla bronese” e adattarono alle loro esigenze il sistema guyot. Da ricordare il sistema usato a Canneto detto “serpentario”.

L’Oltrepò Pavese vitivinicolo attuale trova le sue radici nel secolo scorso, segnato pesantemente dalle conseguenze dei danni causati dalla fillossera, e nel rinnovamento globale del mondo vinicolo italiano di quel periodo. È sufficiente ricordare che nel 1884 l’Oltrepò Pavese vantava ben 225 vitigni autoctoni. Oggi sono circa una dozzina quelli di maggior diffusione, tra cui i più diffusi sono sicuramente Croatina e Barbera.

Il professor Arturo Marescalchi, esperto ampelografo, asseriva nella sua dotta monografia sui vini tipici d’Italia, pubblicata nel 1924, che il Barbacarlo, il Sangue di Giuda, prodotti a Broni e Canneto, nonché il Buttafuoco e il Montenapoleone erano fra “i migliori vini rossi d’Italia”.

Negli anni cinquanta Castana, Canneto e Montù Beccaria avevano la vite coltivata su circa il 90% del territorio ed erano sicuramente i comuni più vitati d’Italia.

Nel corso dei decenni la viticoltura ha mantenuto il ruolo di coltura principale del territorio, tanto che nel 1970 il vino Oltrepò Pavese, e con esso la tipologia “Buttafuoco”, è stato riconosciuto come DOC con DPR del 6 agosto.

Il nome Buttafuoco si origina dall’antica frase “al buta me al feug” ossia germoglia come il fuoco, con riferimento sia ai vitigni di Croatina, Barbera e Uva rara da cui si ottiene sia al colore rosso dell’uvaggio.

Negli ultimi anni, grazie anche ad una vitivinicoltura sempre più specializzata, al rinnovamento degli impianti e, soprattutto, all’impegno di numerosi produttori, si è dato maggior rilievo alla produzione di qualità. Il 7 febbraio del 1996, dall’unione di undici giovani viticoltori, nasce il Club del Buttafuoco Storico con il fine di collaborare nella ricerca delle caratteristiche storiche, nella selezione delle vigne più vocate, nella produzione controllata e nella promozione del vino Buttafuoco. Il regolamento adottato prevede che, per la produzione di Buttafuoco Storico, siano ammesse solo quelle vigne che, posizionate all’interno della “zona storica, abbiano nel tempo dimostrato di generare Buttafuoco di altissima qualità. L’uvaggio è costituito esclusivamente da uve tradizionali dell’Oltrepò: Croatina, Barbera, Uva Rara, Ughetta di Canneto. È ammessa esclusivamente la vinificazione congiunta delle uve ( in un unico vaso vinario) mentre la messa in commercio deve avvenire dopo tre anni dalla raccolta.

La “zona storica” di produzione del Buttafuoco è situata in quel territorio chiamato “lo Sperone di Stradella”, delimitato a Ovest dal torrente Scuropasso, a Est dal torrente Versa, a Nord dalla Pianura Padana, a Sud dai confini comunali di Castana e di Pietra de Giorgi e tagliato a metà dal 45° parallelo.

All’interno della “zona storica”, possiamo distinguere, sommariamente, tre differenti aree. I terreni posti più a nord, caratterizzati dalla presenza di ghiaie e sabbie, sono segnati da vigneti posti su ripidi pendii. Qui le uve raggiungono elevati gradi di maturazione influenzando in modo determinante la longevità dei vini. La parte centrale della “zona storica” del Buttafuoco, è invece contraddistinta dalla presenza di arenarie compatte che costringono la vite a trovare nutrimento in profondità. Le uve, così arricchite dai sali minerali, danno vita a vini di grande complessità. Più a sud invece, i terreni sono composti da un fondo più fresco di argille stratificate. I vini, frutto di una maturazione delle uve solitamente ottimale, risultano essere bevibili e rotondi già da giovani pur conservando corpo e struttura importanti.

ll marchio adottato dal Club del Buttafuoco Storico è composto da un ovale, rievocazione della botte tipica dell’Oltrepò Pavese, sostenuto dalla scritta Buttafuoco, dal quale si dipartono due nastri rossi rappresentativi dei due torrenti, il Versa e lo Scuropasso, che delimitano la zona storica di produzione; all’interno, la sagoma di un veliero sospinto da vele infuocate a ricordare che, nella seconda metà del 1800, la Marina Imperiale austro-ungarica varò una nave dal nome “Buttafuoco”.

La storia del Veliero presente nel Marchio del Consorzio “Club del Buttafuoco Storico”, nasce da un aneddoto tra storia e leggenda che sarebbe accaduto nel 1859 durante la seconda guerra d’indipendenza nella famosa Battaglia di Montebello nei pressi di Casteggio.

Giovanni Fattori – Battaglia di Montebello, 1859

Gli austriaci, dislocati nella zona tra Broni e Stradella, furono raggiunti da una quarantina di marinai dell’Imperiale Regia Marina, con il compito di assistere i pontieri nella costruzione e nel traghettamento delle truppe austro-ungariche sul fiume Po.
Con il complicarsi della battaglia per le truppe austriache, ai marinai fu impartito di andare a combattere sulle colline dell’Oltrepò per supportare le truppe stesse.
Secondo lo scrittore Peter Schenk, questi marinai si “persero” misteriosamente proprio all’inizio delle operazioni belliche. Si pensò che la loro scomparsa fosse dovuta ad uno scontro a fuoco con i piemontesi o con i contrabbandieri, numerosi in quella zona di confine. Perciò, lo Stato Maggiore austro-ungarico, decise di avviare le ricerche degli scomparsi inviando reparti di Ussari a cavallo nei dintorni di Stradella. I marinai furono ritrovati il giorno dopo, sani e salvi ma completamente ubriachi in una cantina sulle cui botti era scritto il nome del “micidiale” vino BUTTAFUOCO.

La nave-caserma Buttafuoco a Taranto negli anni ’40
Fonte: Storia Militare, 1995

Dalla leggenda passiamo però ad un fatto realmente accaduto. Lo scrittore Peter Schenk ci racconta che nel 1872 la Marina Imperiale varò la cannoniera “Erzherzog Albrecht” e che la stessa, dopo trent’anni di attività, il 31 marzo 1908 venne radiata. In ricordo di quell’ottimo vino bevuto dai marinai in Oltrepò 60 anni prima, fu ribattezzata “Feuerspeier” (in italiano, Buttafuoco). La nuova missione della nave fu di essere registrata come pontone per essere utilizzato come alloggio per gli Allievi della Scuola di Artiglieria di Pola.
Nel 1916, con l’incremento della Flotta Sommergibili, venne adattato ad Acquartieramento Sommergibilisti dei numerosi U-Boote tedeschi operanti in Adriatico.
Nel 1920 venne consegnato all’Italia che lo portò a Taranto e le diede il nome di “Regia Nave Buttafuoco”, continuando ad utilizzarlo come nave-caserma per alloggiamenti equipaggi sommergibili del IV Gruppo.
In seguito, le venne data la sigla GM64. Nel 1947 era ancora nell’arsenale di Taranto, dove venne infine demolita nel 1955, dopo ben 83 anni dal varo.

Il vino “Buttafuoco”, dapprima tipologia della DOC “Oltrepò Pavese”, nata nel 1970, è stato elevato alla categoria di DOC autonoma, con disciplinare proprio, nel 2010 (DM 3 agosto 2010) per la sua importanza storica.

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