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Ricordi friulani

Fermentini

Mi sveglio di buon’ ora.

Sarà una giornata lunga, quella di oggi.

Ad accogliermi, un sole caldissimo che mi coccola dolcemente quasi volesse darmi il buongiorno. E questa sensazione è assai piacevole, visti i freschi respiri di un’ aria che mi ricorda di essere ormai nel mese di novembre.

Sono a Nimis, terra di Ramandolo, un vino che mi ha stregato e tenuto spesso compagnia in queste giornate.

Salgo in auto, prendo la statale 356 in direzione di Cividale del Friuli.

Lo scenario naturale che mi circonda è splendido. Alberi carichi di cachi, quasi antichi custodi vestiti d’arancio, tracciano il percorso lasciando presto il campo all’unica e solo protagonista di queste terre, la vite.

Questa splendida creatura inizia a fare la sua comparsa con delicatezza, quasi a voler nascondere una presenza che di lì a poco diverrà totale.

Poi, attraversato il paesetto di Attimis, vengo letteralmente ingoiato da filari di vite schierati come guerrieri pronti alla battaglia. Sembrano osservarmi da ogni dove. Coprono tutto, ogni collinetta, ogni declivio, ogni spazio potenzialmente coltivabile.

E’ il vero trionfo della viticultura friulana.

Su queste colline è proprio Lei, la vite, l’indiscussa signora.

Ponca 7

Padrona incontrastata del paesaggio, splendidamente pettinata ai raggi del sole, fa bella mostra di sé, immersa in un azzurro quasi irreale, protetta alle spalle dalle Alpi Giulie che la tutelano dalle freddi correnti del nord.

In questo microclima, nasce, cresce e, grazie ad una cura quasi maniacale, che solo i vignaioli di queste meravigliose terre di frontiera sanno donarle, dà vita a prodotti di qualità assoluta.

Arrivo a Togliano e poi è la volta di Cividale, l’antico Forum Iulii (da cui l’origine del nome Friuli), fondata, tra il 56 e il 50 a.C. in onore di Giulio Cesare, proprio da quei legionari romani che scelsero di stabilirsi nei Colli Orientali riconvertendosi in coltivatori ed, in particolare, in vignaioli, continuando quindi una tradizione già viva ai tempi dei Celti.

Oggi, vado a far visita ad un mio amico di Prepotto, Marco, conosciuto qualche tempo fa in una degustazione di più di 300 etichette svoltasi a Triste.

La prima volta, i suoi vini furono per me una bellissima sorpresa.

Ponte dello Schioppettino

E non parlo degli internazionali, ma dei tradizionali anche detti “autoctoni” anche se sulla parola autoctono sono state aperte infinite discussioni.

Mi riferisco in particolare al Refosco dal Peduncolo Rosso, allo Schioppettino, alla Ribolla Gialla, al Tocai Friulano, e, allo splendido Verduzzo Dorato.

Una volta giunto, ecco arrivare Marco.

Dapprima un po’ sulle sue, quasi timido e timoroso, si apre poi, dopo qualche battuta e scambio d’idee, ad un atteggiamento più caldo, divertito, partecipe, segnato da quel tipico calore friulano che viene fuori solo alla distanza, quando il vignaiolo di queste contrade si lascia alle spalle la ritrosia tipica del “furlan” e, accompagnando le parole con un bel tajut de vin, inizia a raccontare la vita del suo figlio più caro, la vigna.

E allora, chiacchierando, decidiamo di fare visita a quel figlio.

Ci arrampichiamo su per la collina, la sua collina, la collina di Marco, curata amorevolmente giorno e notte, sotto il bruciante sole come sotto la pioggia, nel freddo ed umido inverno che lacera le ossa come nelle risplendenti giornate estive.

Non posso fare a meno di accarezzare le viti, scure, nervose, vissute.

Esse sono l’inizio, esse generano il tutto.

Tracciano una via che il bravo vignaiolo, stagione dopo stagione, deve seguire, interpretandone il significato senza mutarlo o, peggio ancora, stravolgerlo.

Passo dopo passo, circondato dai vigneti, mi sembra quasi di coglierne i versi, le suffuse parole. Ho quasi l’impressione che si muovano, che si agitino, che mi accolgano per narrarmi la propria vita.

Rientriamo dopo un’oretta.

Ci sediamo e apriamo una bottiglia di quello Schioppettino che tanto aveva colpito il mio cuore la prima volta in quel di Trieste.

Un bel vino, nulla da dire. Splendido nel colore, luminoso, contraddistinto all’olfatto da note ancora giovani che via via con gli anni, lasceranno spazio a profumi decisamente più maturi, più definiti, più profondi.

Schioppettino a luglio 1

Nel bicchiere ricche note di viola e di frutto rosso seguite da gocce di pepe e spezie.

E poi, una grande freschezza ad accompagnare un’evidente ed importante traccia minerale che in bocca segna la sapidità di un assaggio che solo questo terreno può regalare, terreno di marne ed arenarie, terreno fatto di quella “ponca” che rende questi territori unici nel panorama vitivinicolo mondiale.

E questa mineralità si ritrova costantemente, assaggio dopo assaggio sempre, immobile, presente, immutata, importante. È il vero scheletro di questo Schioppettino che incarna pienamente un vino moderno, dalla lunga ed intensa persistenza ma al contempo agile, fresco, molto duttile anche nell’abbinamento.

Poi, si passa di slancio ad assaggiare l’altra mia passione, il Verduzzo Dorato.

Un amore a prima vista, potrei definirlo. Lo incontri, ne gusti i profumi, le calde note liquide e te ne innamori per sempre!

Un vino che pochissimi conoscono e che, ogni volta, meraviglia, lasciando dietro di sé “morti e feriti”. Tutti si aspetterebbero il solito vino dolce ed invece, questo Verduzzo ti spiazza lasciandoti a bocca aperta.

Siamo di fronte, infatti, a qualcosa di diverso.

Un vino ottenuto da uve Verduzzo, le stesse che danno vita al Ramandolo; vino che non è mai dolcemente “ruffiano”, non è mai stucchevole, grazie ad una corredo acido che ne sostiene sempre la struttura.

Vigneti a Prepotto 2

Il Verduzzo brilla nei suoi toni intensamente ed elegantemente dorati; sa di miele ma non stilla lacrime smielate, anzi, mostra una sottile nota tannica che lo rende unico, speciale, inconfondibile. In bocca è caldo, aprendosi con fierezza ed armonia.

Cattura i sensi regalandoti assaggi memorabili. Fantastico!

Una giornata, quella con Marco, di infinite parole, di condivisione di emozioni e sensazioni, di vini osservati, percepiti, vissuti, compresi.

Una giornata trascorsa alla ricerca di un benessere non solo gustativo ma più intimo, quasi spirituale.

Riparto, lasciando lì a salutarmi il mio amico vignaiolo friulano con la tristezza in me dominante, carico di sapori, umori, colori mentre il sole si piega, quasi fosse triste e stanco, proprio dietro la collina di Marco, regalando al cielo le sue ultime calde sfumature.

Riparto colmo di vino nella testa ma, soprattutto, nel cuore.

Questo è il Friuli, il mio Friuli, quel Friuli che è in grado di emozionare toccando le intime corde dell’animo umano.

Questo Friuli continuo a portarlo dentro di me sempre.

E, detto da un romano, potete assolutamente crederci.

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